La storia di Nuno e Antonella

Pubblicato il 29 Maggio 2017
La storia di Nuno e Antonella

La storia che vi racconterò comincia qualche anno prima che accadesse, ed è la storia del gatto randagio e di una umana che ama i gatti e che quando ne incontra uno per strada, affamato o acciaccato si china per far due coccole e porgere un pasto sostanzioso, che per il tempo dell’ incontro almeno lo renderà felice.
Il sogno di questa umana, che sono io che scrivo, è quello di regalare a tutti i gatti randagi una casa, una famiglia, una pappa sicura e un comodo divano dove ogni giorno potersi stiracchiare e fare le unghie, ma continuo a sognare perchè so che non potrà mai  essere così, e che sistemare tutti i gatti del mondo è un’impresa improbabile.  Ma io nel mio minuscolo mondo ci proverò sempre.
Qualche anno fa ho conosciuto un gatto bianco e grigio, più bianco che grigio, quando l’ho conosciuto era piccolino, poteva avere 4 o 5 mesi, a differenza degli altri gatti randagi, questo mi ha dato subito pensiero, perché il nostro punto di incontro, era sul ciglio di una strada in curva, davanti a un cespuglio di foglie e un muretto alto, che non capivo se era casa sua dalla quale era scappato e non sapeva più come raggiungere o se cercava semplicemente cibo.
Il nostro appuntamento era di solito intorno alle 02:00 di notte, quando tornavo a casa da lavoro in macchina con mio marito. Percorrevo quella strada e mi spezzava il cuore vedere quel batuffolo piccolo, credendo che si fosse perso o avesse fame.
Ho capito quasi subito che il gatto era un randagio, perché quando mi sono fermata dopo quella curva, miagolava perché aveva una fame incredibile. Era diffidente e scattante, aveva paura, ma quando gli ho messo sul muretto il cibo succulento si è avvicinato affamato e ha divorato tutto in quattro bocconi. E se fosse stato di qualcuno sicuramente non doveva avere tutta quella fame.

Il gatto si è lentamente fatto accarezzare e ha fatto subito le fusa, mentre mangiava, che suono fantastico, sembrava un mantra.
Poi dopo aver mangiato si è stiracchiato ed è scappato oltre il muretto, dove c’è un giardino malmesso.
Andai a dormire con l’immagine di quel gatto di cui non aveva ancora un nome, di come aveva gustato felice quella pappa e quelle carezze sfuggenti.
Dopo il nostro primo incontro, ogni notte, tranne quando pioveva quel gatto era lì, ad aspettarmi, pensavo io. Mi fermavo con la macchina, gli davo da mangiare e dopo andava a dormire oltre il muretto, ho pensato anche che quella fosse la sua dimora.
È stato così per quasi un anno e mezzo, sinceramente mi ero affezionata subito a quel musetto dolce e birbante, che da me a quanto pareva voleva solo cibo e qualche coccola.
Devo essere sincera non mi piaceva per niente il posto che aveva scelto per venirmi incontro e poi al buio di notte, che girano sempre i pazzi.
Di giorno non c’era mai, essendo a quasi cinque minuti di macchina da casa mia, avevo anche perlustrato la zona, chiesto alle persone se conoscessero quel gatto, ma nessuno mi ha dato notizie – qui ci sono tanti gatti-  addirittura qualcuno  ha detto – i gatti portano malattie-, o peggio -qui è un continuo di gatti, ci mancavano loro-, insomma niente che potesse aiutarmi a capire dove stava quel gatto di giorno, mi veniva da pensare che fosse veramente di qualcuno e che di notte scappava.

Non ero tranquilla per nulla, e poi il gatto si stava facendo grande, e se fosse stato veramente randagio avrei dovuto farlo per lo meno sterilizzare se non volessi che facesse altri figli. La situazione si complicava.
Dopo che ho riflettuto su tutte queste cose, quel gatto, per parecchi giorni non si è più visto. Poi è riapparso.
Forse perché cominciava a far freddo,  i nostri incontri si erano fatti rari, forse riuscivo ad incontrarlo, una o due volte al mese. E quando lo incontravo al nostro solito punto ero felicissima che stava bene, ma ora che era piu grandicello, era diventato più diffidente e cercava sempre meno le coccole e dopo aver mangiato scappava come un razzo.
Ero più tranquilla quando non lo incontravo perché sapevo che stava nel giardino malmesso e non stava lì, come un disperato a miagolare e a cercar cibo. Nei miei pensieri voleva dire che aveva già mangiato e dormiva tranquillo ad osservar la luna incantevole che gli faceva compagnia.
La notte che decisi di dare un nome a quel gatto, fu quasi un anno e mezzo fa e fu una notte di lacrime e di tristezza.
Percorrevo come tutte le notti quella strada, per tornare a casa dopo il lavoro adagiavo piano la curva per cercarlo con gli occhi, e perché sapevo che li bisognava rallentare perché poteva essere pericoloso.
Quella notte proprio poco prima dell’inizio di quella curva ci sorpassa un auto ad alta velocità, e vedo una macchia bianca e grigia dall’altro capo della strada che corre per attraversare la strada, non riesco a capire, questione di secondi, cerco di connettere il cervello, la macchina che era davanti a noi, a tutta velocità aveva investito quella macchia, che era il gatto che tanto avevo sperato di non incontrare.
Freniamo di colpo, cercando di non prenderlo ulteriormente, scendiamo di corsa dalla macchina, mentre la macchina davanti a noi si dilegua come un assassino.
Il gatto bianco e grigio era fermo in mezzo alla strada,  riconobbi che era il mio piccolo randagino scapestrato e sfortunato.
Io piangevo dalla rabbia, dalla disperazione, mio marito ebbe la prontezza di levarlo dalla strada e di posarlo sul ciglio del marciapiede, cercammo di accarezzarlo con le lacrime agli occhi, sembrava che non respirasse più, cercavo invano di chiamare i vigili, un veterinario, non mi rispondeva nessuno,
Mio marito continuava ad accarezzare il gatto, non potevamo lasciarlo lì, aspettammo ancora inutilmente se qualcuno ci rispondesse per aiutarci e dirci cosa dovevamo fare, non sapevamo come comportarci in queste situazioni, non avevamo mai assistito ad una situazione del genere.
Avevo l’amaro in bocca, ero arrabbiata con quel disonesto che era scappato a tutto gas, il gatto probabilmente aveva sbattuto la testa, sul corpo non aveva grosse lesioni, sul musetto aveva un po’ di sangue, ma non rispondeva alle nostre carezze da quando l’avevamo raccolto dalla strada.
Dieci minuti così, lunghissimi minuti trascorsi tra lacrime e parolacce, poi quando abbiamo perso tutte le speranze, con il cuore in gola, il gatto si è svegliato dal suo coma, così come lo chiamo io, si è agitato tutto, impaurito, ed è scappato nascondendosi sotto le macchine parcheggiate.
Non c’era verso di riprenderlo, anzi la mia paura era che potesse essere così spaventato e finire magari sotto una macchina un’altra volta.
Ho passato la notte su quella strada, facendo segno alle poche macchine che passavano di rallentare, quando ha iniziato ad albeggiare con la certezza che non sarebbero venuti ne i vigili ne chiunque altro, come un fulmine il gatto è riapparso scavalcando il muro che lo conduceva dentro il suo giardino malmesso.
Nuno, lo chiamai Nuno perché mi faceva pensare ai gatti che hanno nove vite, e quel gatto coraggioso e voglioso di vivere fu la dimostrazione che c’è sempre un pericolo dietro l’angolo per un randagio e soprattutto quel pericolo è spesso l’uomo incurante. Mi addormentai con le lacrime agli occhi e mille pensieri mi passavano per la testa, che se non fossi passata io da li in quel mentre ma fosse passato chiunque altro, e non si fosse fermato a raccogliere il piccolo e metterlo in sicurezza senza sapere se fosse stato ancora vivo o morto, e se fosse passata un’altra macchina che lo avrebbe schiacciato e ucciso per sempre.
Mi addormentai a inizio mattina con quei brutti pensieri e con la certezza che appena mi sarei svegliata sarei entrata in quel giardino malmesso ma privato, scavalcando il muro alto alla ricerca di Nuno.
Era un giardino pieno di erba e spine, prima di entrare provai a suonare al portoncino accanto, ma non rispondeva nessuno, probabilmente apparteneva a qualche condominio circostante, provai a suonare a tutti, nulla, scavalcai e mi feci coraggio e non trovai nulla, ne Nuno ne qualsiasi cosa che mi facesse pensare che di lì era passato o viveva un gatto.
Fu soltanto nel tardo pomeriggio, che riprovai ad andare alla casa vicino al giardino malmesso, mi accompagnò mio marito, e suonai al portoncino, ci aprì un signore titubante, e quando gli raccontammo che cercavamo un gatto bianco e grigio e tutta la storia di Nuno, che entrava sempre nel giardino adiacente alla sua casa in piena notte, ci disse, che il suo giardino era pieno di gatti randagi, che aveva provato a cacciarli ma era peggio e che amava tutti glia animali ma soprattutto non aveva tempo per pensare ai gatti anzi supponeva che qualcuno glieli lanciasse nel suo giardino, che non curava più da quando aveva perso la moglie, e che soprattutto non aveva mai pensato di dare un nome a dei gatti, che venivano a cercarlo solo per avere da mangiare e poi sparivano.
Ci mostro tutti i croccantini e le pappe che ogni tanto comprava per quei mici e fu allora, che ci disse che quella mattina il gatto grigio e bianco, che di solito era sempre in giro, stranamente si era accucciato davanti alla sua porta, e si era fatto coccolare a tal punto che gli aveva aperto la porta di casa, e si era infilato sulla poltrona, dormendo tutto il giorno.
E fu allora che convincemmo il signor Luciano, così si chiamava il signore titubante, a iscrivere tutti i gatti che venivano a trovarlo a una colonia, che sarebbe stata gestita da lui, di far sterilizzare tutti i gatti che lo venivano a trovare spesso, e che alle provviste ci avremmo pensato anche noi e che le cure erano gratis.
Nuno fu portato dal veterinario per accertamenti, e sapere che stava benissimo mi fece sentir meglio anche a me.
Fu sterilizzato dopo un mese, e ora vive felice e libero nel giardino, che ora ha preso forma e colore. Da quel giorno non l’ho più visto sul ciglio di quella strada, e spero con tutto l’affetto che conservi intatte tutte le sue 8 vite.